domenica 18 marzo 2012

Sul primato della geografia

A volte ci metto un po' per capire delle cose. Capirne il significato vero, oltre le parole.

"...non perché siamo bravi, ma perché accettiamo di essere all'interno di un luogo dove Lui ci fa capire, sperimentare, gustare Chi è e quindi, cosa è la vita, cosa può essere la vita"
(Julian Carron, "L'inesorabile positività del reale")
Meditavo su questo passaggio stamattina, uscendo dalla palestra. E' qualcosa che fa una differenza radicale, completa; di quelle differenze capaci di cambiare la vita. Mi sono visto alla luce di questa frase e improvvisamente ho capito qualcosa di me. Ho sempre cercato la "prestazione" e mi sono giudicato, severamente, su questa. Essere capaci di raggiungere un certo "standard", spirituale, morale, etico, familiare, lavorativo, etc... Raggiungerlo, tenerlo, nel tentativo di porre argine all'insicurezza, al dubbio, alle occasionali derive di mancanza di senso.

Ma che bello spreco di energia, a pensarci.

Si perché invece è una cosa tutta diversa. Non è una questione di standard etici ("non perché siamo bravi"), ma di semplice geografia. Scegliere dove stare e non tormentarsi più sul come si è. Stare nel luogo dove Lui ci fa capire, ecco. Stare. Tutto qua, tutto qua! La vita è semplicissima. Stare in questo luogo, e non preoccuparsi più di niente. Stiamo, e lasciamo fare. Sarà Lui a preoccuparsi di noi.

1096 Paris-Montmartre Early Morning
Guardare, prima di tutto... !
Quanto mai vero per Parigi, non vi pare?


Il bello è che riesco a sorprendere questa cosa "in atto". E' una cosa di ogni momento, di ogni più piccolo attimo. Se non accetto di essere all'interno di questo luogo, mi attacco immediatamente, per sentire la consistenza di me, ad uno standard, ad una "prestazione": mi giudico. Non lo dico, ma pongo la salvezza in un mio cambiamento. Mi costringo in gabbia da solo. Guardo me e non guardo fuori. Non guardo davvero i posti, la realtà.

C'è aria stantìa, c'è proprio bisogno di cambiare: ci vuole geografia, non moralismo. La bellezza di un luogo, non la costrizione di un ragionamento, la pericolosa sterilità di un nefasto perfezionismo.

Lo ammetto: non mi piaceva la geografia da giovane studente. Agricoltura, industrie, terziario. La lista di cose da memorizzare per ogni regione, ogni più piccola nazione. Dopo tanti anni, mi devo ricredere. Un bel posto è un bel posto, non si discute. E si stratta prima di tutto di guardare, che di pensare a come comportarsi. Stare in un luogo e scoprirne pian piano la bellezza.

E la vita, infatti, diventa più bella. Da subito.

domenica 11 marzo 2012

Ciò che rende uomo l'uomo

Lo dico. Mi sembra a volte di giocare in posizione di difesa. Giocare troppo corto, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Quando la partita non è messa male, non ci sarebbe necessità di arroccarsi. Catenaccio completamente inutile, direbbe il cronista. Perché mettere i gomiti davanti? Ricadere nel pensare gli altri come soluzione dei propri problemi? Pretenderla dagli altri, la soluzione?

Non mi è concesso più, di relegarti i miei casini
Mi butto dentro, vada come vada
(Lorenzo Cherubini, Mezzogiorno)

Dice bene Lorenzo. C'è come un'aria velenosa di rinuncia preventiva, un'idea di rimanere sul solito percorso, magari giudicandolo insoddisfacente ma non facendo davvero nulla per cambiarlo.

S’è avvolto nelle tenebre il mondo, non temere.
Non credere durevole tutto ciò ch’è oscuro.
Sei vicino ai piaceri, amico, alle valli, ai fiori:
osa, non ti fermare. Ecco, già sorge l’alba!

(Costantino Kavafis)

Ecco, la vita è lì, variegata ed imprevedibile in ogni istante. Colorata e multiforme. Sono i pensieri a bassa energia che ci trattengono. Sono tutto questo. Ecco. I pensieri a bassa energia, i pensieri stinti, sono la vera volgarità: sono tutto il contrario dell'arte.

Che c'entra ora l'arte?

Secondo me c'entra, eccome. L'arte è come la testimonianza impudica che una felicità concreta esiste e si allarga nel tempo. Io penso che il mondo abbia sempre avuto una grande necessità dell'espressione artistica. 

Sei qui. Io smaniavo, ti volevo.
Sei ventata d'aria fresca sul cervello incendio di passione.

Sembrano versi moderni, più moderni anche di Kavafis. Io li vedo così, vi passa attraverso tutta la tensione del contemporaneo, innervata d'impazienza - ci leggi l'impulsività, la forza della passione. Li vedo passare bene nell'aria di oggi, attraverso le strade, i palazzi, i negozi. La gente che si incrocia, si rincorre, si evita, si cerca.

Sei qui. Io smaniavo, ti volevo.

C'è tutta la rapidità quasi informatica del tratto, la forza che nasce dell'aver assorbito e superato ogni accademia, ogni forma retorica. Il contenuto che detta la forma stessa, l'urgenza espressiva che regna. Il sentimento, così esplicito. Insomma, niente di più attuale. Non dice avrei piacere della tua gentil presenza, oppure come la lontananza tua il cor mi ferisce, no no. Dice  proprio smaniavo, ti volevo.

Come quella incredibile canzone che chiude il primo lato di Abbey Road.

I want you,
I want you so bad.
It's driving me mad,
It's driving me mad.

(The Beatles, I Want You)

Insomma, siamo nella modernità. Tu pensi, finalmente l'espressività moderna ha superato ogni convenzione, si è affrancata dalle sovrastrutture formali. Pensi finalmente insomma.

Poi scopri che questi versi proprio modernissimi no, non lo sono. Sono di Saffo, una poetessa greca che scriveva circa seicento anni prima di Cristo. 

Allora questi versi, che si agganciano così bene agli scenari di palazzi, strade, automobili? Non c'è qualcosa di eterno nell'arte, qualcosa che ci ricorda che noi siamo più di un conglomerato di atomi e molecole sapientemente combinati? Per me è così. 

E' perché Saffo ha scritto questi versi, in un attimo magari, un impulso di un istante, ha voluto fermare una sensazione. E dopo migliaia di anni, migliaia, queste poche parole mi parlano e si allargano nel cuore. Trovano un significato; una corrispondenza. 
La poetessa Saffo

Perché questo riverbero positivo? Azzardo un'idea. La faccio breve, ci sarebbe da scrivere molto di più, arrivarci per gradi. Invece vengo al punto. Perché il positivo? Perché queste persone, scrivendo questi versi, testimoniano - in ogni epoca - di prendere sul serio la propria umanità, di volerle bene. Di volersi bene. 

Hanno cioè mostrato in atto, con l'atto stesso di scrivere, quella che Luigi Giussani chiama una coscienza tenera e appassionata di sè. Tutto il contrario rispetto alla tentazione della trascuratezza, di cui si parlava all'inizio del post.

Prendere sul serio la propria umanità è la chiave per aprirsi, mettersi in gioco, lanciarsi finalmente alla ricerca del significato. Di una Presenza innamorata di noi.


"Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto della natura di quel dinamismo che rende uomo l’uomo. Cristo infatti si pone come risposta a ciò che sono “io” e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo."
(L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, citato qui)

Penso sia impossibile essere artisti senza aprirsi, mettersi in gioco, assecondare la natura di questo dinamismo. Non sto parlando di artisti cristiani, sto parlando di artisti. Del movimento primigenio fondamentale che mette in gioco l'arte, questa incredibile connessione tra i millenni. Figlio di quel dinamismo che rende uomo l'uomo. 

Così la vita entra nelle parole. E le parole trattengono la vita e tu ne vieni a contatto, anche dopo migliaia di anni.

Perché la vita entra nelle parole
come il mare in una nave...
(Luis Garcìa Montero)

Ciò che fa sì che mi possa rivestire dei versi dei poeti come uno strato intermedio tra me e l'esterno, come una possibilità più morbida di vivere il reale. Per essere più umano. Più vicino al cuore.


sabato 10 marzo 2012

Che fantastica storia è la vita

Antonello Venditti è un pezzo di Roma. Non puoi pensarlo senza pensare la città, sono legati insieme indissolubilmente. Se cavi via Roma da Venditti non capisci più niente di lui, perdi il quadro di insieme, rimani davanti a mille particolari e diecimila informazioni che non ti spiegano più nulla.

Venditti è anche un pezzo della mia storia personale. Non è che posso andare ad un suo concerto senza che questa storia mi ritorni davanti, si riproponga, richieda di essere accolta, amata. Più amata.

Ci sono delle canzoni che sono intrecciate alla mia storia con Paola. Allora fidanzata, ora moglie. Non posso pensare a canzoni che appartengono a quei due begli album, Cuore e Venditti e segreti, senza che mi parlino della scoperta dell'amore, e dell'amore della mia vita. Sono gli album che uscirono quando cominciavamo a passare insieme le giornate, a confrontarci seriamente la vita. La possibilità di stare insieme per sempre baluginava come sogno luminoso. 

Cinzia cantava le sue canzoni
e si scriveva i testi sul diario
per sentirli veri...

Le vacanze passate in Calabria, tanti dettagli che passano per quelle note e prendono un significato per me, per me soltanto.

Ieri sera al Palalottomatica di Roma, Antonello sembrava in ottima forma, scherzoso e come sempre gran chiacchierone, anche autoironico (il pianoforte che entra sul palco mosso da una qualche attrezzatura, lui che dice "Sembro proprio Guzzanti"). L'omaggio iniziale a Lucio Dalla, la commozione e il rispetto che non sembravano assolutamente affettati, ma reali. Il coraggio di richiedere, all'inizio, un intero minuto di assoluto silenzio. Le citazioni ai fatti di attualità più dolorosi. 

Poi, l'omaggio alle donne, bello, così spontaneamente filtrato nelle sue corde.. sono straordinarie, giocano contemporaneamente in attacco e in difesa. Si alzano, portano a scuola i bambini, lavorano...  

Il suo compleanno era appena il giorno prima, il pubblico (quanto mai variegato in termini di età) che intona compatto un tanti auguri a te... una scena quasi surreale. Una piccola magia.

C'è mestiere, certo, dopo tanti anni. Per forza. Saper toccare le corde giuste, creare empatia. Ma c'è anche e soprattutto il rispetto per il pubblico, lo vedi da come parla, come si muove. C'è un ragazzo di Roma che ha scelto di rimanere un ragazzo di Roma, a sessant'anni passati, con tutti i pregi e i difetti, e la spontanea bella irruenza. 

Perché in questa romanità c'è un attaccamento alla terra, al concreto, alla vita come viene, una sana allergia al razionalismo esasperato. C'è la coscienza di un appartenere, che va ben oltre i confini di una città, che definisce i contorni del sè, permette di guardare.

E' questo Antonello. Non se la tira più di tanto, e saresti tentato di passar oltre senza indugio, forse. Se non ti sorprendesse con degli squarci clamorosi

E quando pensi che sia finita
è proprio allora che comincia la salita
che fantastica storia è la vita.

E tu pensi che cavoli, ma queste canzoni tanti altri blasonati e rispettati cantautori, ma quando le tirano fuori? Se uno ancora mi dice, sì sì Venditti, io gli farei sentire In questo mondo che non puoi capire, solo per dirne una (no, non l'ha fatta ieri, ma non importa, ne ha fatte tante di belle...)

C'è questo ragazzo che quando si mette da solo al pianoforte, ti dice ora mi sento a mio agio e tu capisci che è vero. Che gli accordi iniziali, la scivolata di quelle note, la voce che intona Io mi ricordo, quattro ragazzi e una chitarra, e un pianoforte sulla spalla non solo hanno lasciato un segno, qualcosa che se giri per Roma la puoi trovare, la puoi annusare nelle piazze, sui monumenti, sui bar, le fontane. Ma ti hanno lasciato un solco dentro, hanno costruito qualcosa, definito qualcosa che ti rimarrà dentro per la vita.


lunedì 16 gennaio 2012

Un quadro, del settantatré

Domenica pomeriggio, mettiamo su i quadri. Sono appoggiati in camera da letto da una vita, ormai. Su quel carrello ormai vecchio e rovinato, che dobbiamo buttare. Scomoda, come sistemazione. Anche perché c'è il fatto che se ti alzi di notte per andare in bagno ci puoi sbattere contro (succede, succede...).   A dire la verità, niente come l'iPod Touch - o roba simile -  per muoversi a mò di felino a notte alta con un minimo di luce (se poi non ti riviene sonno, puoi leggere qualcosa o controllare la posta... anche se, chi ti scrive a quell'ora di notte?)

Ma sto divagando...Torniamo ai quadri. E' incredibile come cambia l'aspetto della casa mettendo due o tre quadri appena. Io e Paola li prendiamo uno alla volta, li puliamo, cerchiamo di capire dove stanno meglio. Ne giro uno, fatto da mio nonno materno (dipingeva per hobby, ma dipingeva bene, secondo me). Vedo la firma e la data. Aldo Poli. Settembre 1973. 

Faccio un rapido conto, e mi colpisce una coincidenza. Mio nonno lo dipinse quando io avevo l'età di Agnese, la nostra bimba più piccola. Quante ne ha viste passare quel quadro! E ancora è lì, ancora svolge la sua funzione. E' ancora bello. Ancora mi trasporta indietro, mi fa pensare all'infanzia, al nonno. E' un bel quadro. Ma anche se non lo fosse, sarebbe lo stesso importante, per me. Per la mia famiglia.

Dipingere

Il fatto di creare ha qualcosa dentro, un mistero che non puoi esaurire, comprendere. Spesso ragiono - nel giudicare i miei tentativi letterari-  per categorie semplificate; o una cosa è pienamente riuscita, è un'opera d'arte, diciamo, o non lo è. E se non lo è quasi non si capisce perché uno abbia perso tempo, magari molto tempo, per realizzarla. 

Però questo ragionamento semplificato manca diversi punti. Uno è che creare di per sè è un'attività terapeutica d'eccellenza. Seguendo la spinta interiore a creare capisco meglio il mondo e me stesso, mi muovo verso un equilibrio, affermo la positività ultima del reale (anche se scrivo una tragedia... se sto scrivendo di per sè è come se dicessi vale la pena). Reprimere un impulso a creare non fa mai bene alla salute. A prescindere dal "valore" di quello che riesci a creare. Il secondo punto è che - sappiamo bene - tra il capolavoro e il tentativo da buttare esiste uno spettro larghissimo di possibilità; il mondo è sempre più vario e sorprendente di come riusciamo ad immaginarlo. 

Inoltre dimentichiamo spesso che dietro tantissimo capolavori c'è il lavoro paziente e tenace, ci sono tanti tentativi parzialmente riusciti, che dunque acquistano un loro specifico valore, come può essere la strada che conduce (in un tempo e in un modo non deciso da noi) alla realizzazione di sè.

Assecondare la propria vocazione, mi sembra analogo ad accettare di stare su una strada, di rimanere in un cammino, di cui magari vedi appena pochi metri avanti. Ci sono tante curve, non vedi oltre la prima. A volte ci può essere nebbia. O ti trovi a percorrere una selva oscura, magari. Sei inquieto o triste o insoddisfatto, forse non sai nemmeno perché. Non per questo, devi smettere di camminare: "Guarda che dopo splende il sole; sei dentro l'onda, ma poi sbuchi fuori e c'è il sole" (Luigi Giussani). 

Non per le difficoltà, il tuo diventa meno ragionevole. 

mercoledì 11 gennaio 2012

Coltivare la gratitudine



Niente, a volte mi sembra di poter pensare allo spazio interiore come ad un giardino, oppure ad un parco; va curato e mantenuto pulito, in ordine. Seguendo un ideale di armonia, da perseguire per la sua bellezza, ma senza impazienza. Ci vuole cura e amore di sè, che è tutto il contrario della superbia e della vanagloria. Se penso ad un giardino mi viene più facile capire che devo guardare a me e ai miei pensieri con rispetto, premure e attenzione. Altrimenti crescono le erbacce, oppure non cresce niente del tutto, rimante terreno arido.

Sembrerebbe tanto facile, tanto immediata, la cura di sè. Eppure non è tanto vero; io mi bistratto molto facilmente. Volentieri mi faccio buttar giù da stupidaggini; dò molto più credito ai pensieri svalutativi e depressivi che agli altri. Accantono facilmente una lode, un incoraggiamento, una dimostrazione di stima sincera. E un piccolo rilievo, una minuscola critica, mi mette al tappeto, o mi irrita profondamente.

Perdo tempo a pensare a quello che la gente può pensare di me, a come mi vede, a come posso apparire.

Invece la direzione da prendere è un'altra.

Dolcezza, pazienza. Verso me stesso. E gratitudine. Coltivare la gratitudine come atteggiamento abituale. Mandar via i pensieri negativi, per dimorare in quelli buoni. Ce ne ho di strada da fare! La meta vale senz'altro il viaggio: essere più tranquilli, avere più forza per sognare "in grande" e investire tutte le energie risparmiate dagli atteggiamenti sbagliati, nella realizzazione dei propri sogni.

Meglio mettersi in cammino subito, non perdere altro tempo...




Pubblicato tramite DraftCraft app

sabato 24 dicembre 2011

Natale tra amici...

Ci sono le cose che ti rallegrano al mattino. Quando ti svegli un pò incerto sull'umore che devi prendere, quando ti senti pesante di tanti piccoli compromessi, di tante cose non risolte che ti porti dentro, di tante zone d'ombra con cui convivi. A volte ogni mossa sembra una fatica, ogni passo un'impresa. Nel dubbio quasi ti blocchi. Vorresti la felicità subito e ti senti trattenuto da tanti lacci, incongruenze, mezze decisioni, dubbi. Ti guardi dentro e ti scopri così incapace ad amare davvero, quanto vorresti. 

Ci sono queste cose che ti prendono di sorpresa, allora, e ti rallegrano al mattino. Come quando apri il computer e vai a leggere un articolo, con la curiosità che deriva dalla fiducia che accordi a chi scrive. Leggi appena qualche riga de La tentazione del Natale, l'articolo di Juliàn Carron apparso su L'osservatore romano di oggi, e nonostante pensi di non poter essere sorpreso ("In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale." dice proprio)... caspiterina, sei sorpreso! 

Sei più che sorpreso, sei commosso. Perché, non c'è mica niente da fare, trovi esattamente le parole che ti servivano, che sembrano, per qualche misteriosa coincidenza cosmica, pronunciate e scritte proprio per te, esattamente per il tuo io che sta leggendo in questo momento! Esattamente.

«Il Signore revoca la tua condanna», cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. L’unico sguardo vero è quello del Signore. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, di che cosa puoi avere paura? «Tu non temerai più alcuna sventura». Un positività inesorabile domina la vita.

Questo me lo rigiravo in testa stamattina, mi sorprendevo a commuovermi davvero. Le parole che mi servivano, trovarmele davanti, così. "Lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri con continuazione non è vero". Mi sono sentito improvvisamente accolto, voluto bene... amato. Uno si scioglie e si commuove se è amato, sennò tenta di fare il duro. Trovando solo durezze. Ma se è amato... oh, è tutto un altro discorso, si aprono diecimila possibilità. Si intravede ogni bellezza. Brilluccica anche, pur se appena intravista, una "positività inesorabile".

Così dico grazie, grazie Juliàn per farti tramite di questo Amore, per insegnarci che siamo amati. Sempre e comunque.

E un altro segno bello lo trovo, un altro percorso brillante, bello, lo intravedo dal post di Alessandro D'Avenia, che ho avuto il privilegio di incontrare in una libreria di Roma, non molti giorni fa (vedi il post su questo blog)

"...c’è per me una bellezza che non si rovina, che non si rompe, che non c’entra con il nettare e l’ambrosia, con la proporzione e l’armonia, ma c’entra con la vita quotidiana, con il sudore, i capelli, la pelle, le mani screpolate, la fatica, lo sco­raggiamento, la tristezza, la paura, il falli­mento, il sangue, il freddo e il sonno. Una bel­lezza senza perfezione. Una bellezza che c’en­tra con tutto, perché tutto ha attraversato. U­na bellezza fecondata da limiti e sproporzio­ni, per partorire ciò che non passa. Io questa bellezza cerco. Questa bellezza nasce per me. In una stalla."

Questo anche mi dà calore, mi dà speranza, conforto. Ne ho bisogno, per la vita, non per un fatto intellettuale. Proprio per la vita.

Questi sono alcuni dei miei amici, li sento amici, e sono grato per la luce che gettano su questi giorni. Ho bisogno di essere aiutato, condotto per mano, a capire. Alla gioia. Ho bisogno di camminare preso per mano, e sto capendo - mi ci è voluta quasi una vita - di quanto mi servono per il cammino, mia moglie, i miei amici, tutti quelli che testimoniano che c'è un cammino che può essere percorso. A volte faticoso, ma bello. E' una lotta, spesso tento di sottrarmi al fatto semplice di camminare. Eppure ogni volta uno torna sul sentiero, con sempre più ragioni per farlo.

C'è una bellezza che non si rovina, che non si rompe... che c'entra con la vita quotidiana. 
Auguri di buon Natale :-)

Riprodotta per gentile concessioni di Euresis.org






mercoledì 7 dicembre 2011

Modellare il bianco


Ecco la cosa è cominciare a scrivere. Screziare il bianco di parole, di inchiostro. Tutto il resto mi sembra irrilevante. Almeno in un primo tempo. Cominciare e continuare a scrivere e fare parole su parole, incamminandosi…

Questo è quello che ci vuole. Lavorare sulle parole infatti porta pace. E' il lavoro che dobbiamo fare, dunque è inutile stare lì a perdere tempo. Andiamo invece.

Ora sto provando iWriter sul Mac e mi sembra veramente valido. Un ottimo strumento per modellare il bianco.

Fa venire voglia di scrivere, con tutto quanto il resto che risulta piacevolmente in secondo piano. E veramente, non devi perdere molto tempo con le configurazioni. Non devi perdere tempo per nulla con le configurazioni. Ti metti lì e scrivi, produci parole. Una dopo l'altra, in sequenza. Metti il focus mode e improvvisamente solo la frase che stai scrivendo conta. Il resto viene passato in un grigio chiaro, c'è ma non ti distrae. Mi piace. Una frase alla volta. Il resto viene. Come dire, un passo alla volta. La vita si compie a piccoli passi, per la gran parte. Scrivere si compie a passi di una frase per volta. Scrivi una frase, la metti da parte, vai con la successiva. Una cosa alla volta, sempre. E' questo il segreto.

Ecco la cosa è cominciare a scrivere. E continuare a scrivere. iWriter è abbastanza minimalista, però funziona, fa venire voglia di scrivere. Sarà proprio perché non vedi altro che questo spazio bianco, molto invitante, troppo invitante, che ti va proprio di iniziare a riempirlo di parole. A modellare lo spazio bianco. A creare. 

Se vedo uno spazio bianco penso inevitabilmente a cosa ci potrei scrivere sopra.

Bene. Se ti piace scrivere ti godi questa meraviglia. Che creare scrivendo è la cosa più semplice. Che scrivere è uno dei modi più immediati per creare. Questo mi ha sempre colpito. Non ci vuole nulla, basta un pezzo di carta. In realtà basta anche pensare, la carta la puoi trovare dopo. Memorizzare, ricordare. Meno di così non si può!

Hai mai pensato che una poesia immortale, che dura nei secoli, può essere stata magari appuntata su un fogliettino della spesa?

Per dipingere ci vuole un pennello, i colori. Per suonare ci vuole uno strumento, una manutenzione, una manualità dedicata. Una sorta di mestiere. Per scrivere non ci vuole nulla. Cioè. Devi acquisire un mestiere, certo, ma lo fai lavorando direttamente. Il tuo strumento sono le parole, le frasi. Inizi a modellarle da subito. La tensione che le percorre, la scelta dei vocaboli. Allora ecco. Apri il tuo spazio bianco e lo riempi di parole. Questo vuol dire, tra le miriade di percorsi che possono attraversare lo spazio bianco, ne metti in luce uno. Lo dettagli, porti il lettore sulla tua strada. Lo fai girare dove tu vuoi, lo fai camminare alla velocità che vuoi. Lo fai soffermare dove preferisci, a guardare i colori che preferisci. I colori sono tutti là, lo spazio bianco li contiene tutti. Tu semplicemente scrivendo, collassando la funzione di probabilità su una tua scelta particolare, togli via quello che non ti serve. Allora togliendo dal bianco, il colore si forma.

Scrivere è un toglier via il superfluo, per lasciare il necessario. Come levare il pieno dal marmo, per far uscire fuori la statua, il capolavoro. Era già nascosto lì, era già contenuto lì, in quel blocco di marmo. Ma l'artista lo vede, non lo vedono tutti. E lui deve essere bravo a togliere il superfluo. Rilevare quello che fa brilla. Togliere l'opaco, quello che ferma la luce del bello, la frena. 

Ci vuole anche fatica, costanza. In fondo, come per tutto, ci vuole la fiducia che il reale è positivo. Gradevole o sgradevole che sia la particolare contingenza.

Il compito di portare alla luce il bello, può far tremare i polsi. Tuttavia è necessario arrendersi, fare quello che si riesce, quanto si può. E' la strada della massima onestà, tutto sommato l'unica che si può percorrere con soddisfazione. Liberi dall'esito. Che non è più in mano nostra.

Tanto più sei bravo a scrivere, tanto lasci solo i colori e i sapori necessari. E ottieni un gusto pieno, una cosa che si mastica bene, che dà soddisfazione. Non è facile, ma è proprio bello.

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